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La lingua di Basile
Il Cunto è un'opera che nasce da una contraddizione: scritto in un linguaggio popolare, è principalmente destinato ad un pubblico colto ed esigente quale quello delle corti. Il racconto è di per sé un genere letterario che non esige contesti storici né ambientazioni precise. All'interno del panorama letterario trova il suo spazio nel genere che narra l'identità popolare, i colori, gli umori, i sapori e la cultura della società. Più di ogni altro genere letterario il racconto fiabesco non ha confini di gruppo, né vincoli letterari, né limiti alla sua diffusione: si adatta facilmente a qualsiasi pubblico, a qualsiasi narratore, a qualsiasi lingua. Il nativo dialetto si prestò mirabilmente alle sorti dell'opera in una maniera unica e che non trova precedenti: fiaba e realtà, sogno e quotidiano, si associano e si dissociano in un continuo e sottilissimo gioco di fantasia che a volte tradisce l'abbandono lirico dell'autore al soggetto trattato, a volte ne rivela l'appassionata aspirazione ad un regno di giustizia e di gioia, a volte ancora ne appalesa la fanciullesca e quasi primitiva compiacenza di ricordare la sua città, le antiche canzoni, ed i detti popolari della sua gente, i giochi della primissima giovinezza. Non deve stupire se una tale materia si riveste di virtuosismo stilistico che non ha nulla da invidiare a quello dei più noti scrittori marinisti del secolo. Il dialetto nella sua forma più autentica e reale, la lingua colloquiale per eccellenza: ecco come sceglie di esprimere questa variegata società, questo mondo indefinito e poliedrico, questi bozzetti di vita esaltati dalla magia e dal sogno. La grande flessibilità della struttura del racconto fiabesco rese possibile la rapida diffusione del capolavoro di Basile oltre i confini dell'Italia fino a raggiungere le corti europee.
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